La responsabilità sociale

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Tra “senso comune” e “coerenza quotidiana”

Il 23 settembre 2014 si è tenuto a Roma un Convegno organizza-to da AICQ-ci sul tema «la Responsabilità Sociale: una esigenza per le organizzazioni ed una necessità per il Paese» con la pre-senza di relatori di grande levatura. Si vuole riportare in questa sede una sintesi del prezioso intervento di chiusura dei lavori magistralmente regalato alla platea dal notissimo filosofo e antro-pologo prof. Mons. Antonio LIVI.
Il fatto di agire nell’ambito sociale (pubblico o privato) con la re-sponsabilità di contribuire in qualche modo e in qualche misura al bene comune non va visto come un atto “supererogatorio”, parti-colarmente virtuoso e meritorio, un atto eroico che distingue i santi (i cristiani zelanti) dai peccatoti (i non credenti, i laicisti) e dai tiepidi (i cristiani prigionieri del loro egoismo). No. Si tratta di un dovere di base, di un dovere fondamentale che si trova già nella morale naturale, quella che è nella coscienza di tutti in forza di quelle evidenze che io chiamo il “senso comune”. Si tratta di un dovere che di per sé appartiene alla semplice morale naturale o diritto naturale, il quale precede e fonda (come presupposto logi-co) la morale soprannaturale con-tenuta nelle Beatitudini del Vangelo. Basti pensare che Platone, nella Repubblica, immagina la polis (la società civile) come un com-plesso di persone e di cose che dà vita al lavoro, al culto religioso, all’arte, alle attività sportive (i giochi di Olimpia), alla difesa militare, eccetera. Il bene della polis è affidato alla coscienza di ogni cittadino, per quanto a ognuno compete di possibilità e di responsabilità. Ma in particolare è affidato ai governanti, i quali hanno, una volta collocati al vertice della società, la necessaria vi-sione d’insieme e anche il potere di armonizzare le diverse for-ze che agiscono all’interno della polis. Ora, i migliori governanti, secondo Platone, sarebbero i filosofi. Ma non perché siano colti e informati di tutto (come era-no a quel tempo i filosofi, che erano anche scienziati e studiavano i fenomeni biologici, astronomici e i calcoli matematici) ma perché possono essere disinte-ressati. Ossia, hanno in teoria la possibilità di governare senza conflitti di interesse, senza usare il potere per fini personali. Ecco allora la riconduzione della politica all’etica, ossia l’interpretazione della politica, anche economica, come esercizio della responsabilità sociale. Ora, se un pagano come Platone ragionava in questi termini, è perché aveva visto con chiarezza che la responsabilità sociale è un dovere “laico”, un dovere di coscien-za di ogni cittadino, e non l’eroismo di qualche eroe dello spirito o di qualche santo. Perché la legge naturale – come ricordò a tutti il papa Leone XIII con l’en-ciclica Rerum novarum, a proposito della “questione operaia” – costituisce una chiara indicazione, un criterio per la coscienza di tutti, credenti e non. La leg-ge del Vangelo non fa che confermare ed elevare i precetti mo-rali contenuti nella legge naturale. E la coscienza è l’intelletto che intuisce quali siano i giusti rapporti tra le persone (giustizia commutativa), i giusti rapporti tra i privati e le istituzioni dello Stato (giustizia legale) e i giusti rapporti tra le istituzioni dello Stato e i pri-vati (giustizia distributiva). Questo non è il campo delle legittime differenze di opinione: è il campo delle convinzioni che co-stituiscono la base della vita uma-na nella sua dimensione libera e responsabile; è il campo – ripeto – del “senso comune”, che è costituito da cinque certe zze universali e necessarie, sulle quali tutti gli uomini contribuiscono di fatto il consenso nelle cose essenziali della convivenza umana. Queste cinque certezze universali e necessarie sono: 1) l’esistenza di un mondo di cose in continuo divenire e reciproca-mente interagenti; 2) l’esistenza di sé come soggetto della conoscenza del mondo; 3) l’esistenza dei propri simili, ossia degli “altri” come soggetti analoghi al sé; 4) l’esistenza di rapporti, non fisici ma liberi e responsabili, tra me e gli altri e quindi anche tra gli altri e me; 5) l’esistenza di Dio come prima Causa efficiente e finale di tutto l’ordine dell’esistenza (ordine fisico e ordine morale), in quanto tutto è intellegibile solo in rapporto con il suo atto creativo e la sua azione provvidenziale [cfr Antonio Livi, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Leonardo da Vinci, Roma 2010].
Ripeto che queste cinque certezze sono universali e necessarie, e che il consenso su di esse è obbligato dall’intelligenza che riflette onestamente sulla realtà delle cose. Il dissenso ci può essere e di fatto c’è sull’interpretazione di queste materie, ma non sull’esistenza di tali realtà. Si può discutere, per quanto riguarda i contenuti storici dell’applicazione della nella legge naturale al diritto positivo di ciascuna organizzazione sociale; si può discutere di quanto ogni persona sia abilitata o impossibilitata ad agire concretamente fare per il bene comune in determinate circostanze storico-sociali: ma non si può discutere onestamente sul fatto che ogni persona attiva nella società debba agire in base a precisi criteri di responsabilità sociale. Voglio ricordare che la prima teorizzazione del senso comune è stata fatta dai filosofi dell’età ellenistica, nei primi tre secoli avanti Cristo. Si tratta degli Stoici, i quali parlavano delle “nozioni comuni a tutti gli uomini” (koinai ennoiai) e le applicavano soprattutto alla legge morale naturale, la quale impone a ogni persona di considerarsi – prima ancora che cittadino di un singola polis – cittadino del mondo, inserito in un contesto globale (kosmopoliteia), e quindi responsabile in qualche modo dell’umanità intera. Dico questo per sottolineare ancora una volta che una coscienza ben formata di un cittadino di oggi nel nostro mondo occidentale non deve portare a pensare (falsamente, irrazionalmente) che la responsabilità sociale di un singolo o di un’impresa sia un optional o un lusso spirituale per poche “anime belle”. Nemmeno è logico che un cristiano pensi davvero che la sua pratica effettiva di responsabilità sociale sia un esempio di rara virtù cristiana, un impegno verso il prossimo in nome della sua fede e della carità insegnata dal Vangelo. Certo, il Vangelo indica un livello di responsabilità sociale più alto di quello indicato dalla coscienza personale in base alla sola legge naturale; è vero che la dottrina sociale della Chiesa insegna come servire il bene comune oltrepassando i confini della giustizia per entrare nel campo della carità: ma ciò non toglie che senza aver obbedito fedelmente e sempre ai dettami della legge naturale non si può pensare di poter rispondere alle esigenze del Vangelo. Sono anni che la critica sociale (dentro e fuori l’ambito cristiano) denuncia giustamente l’ipocrisia di chi – come i farisei dei quali parla Gesù – ostentano certe “opere di carità” e al tempo stesso occultano le loro gravi mancanze contro la giustizia sociale.

Mons. Antonio LIVIO

professore emerito di filosofia della conoscenza presso la pontificia Università Lateranense - Città del Vaticano e Vice rettore della Chiesa di S. andrea del Vignola di roma
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